Il Messaggero "Brian Molko: I Placebo, la mia famiglia. Ora siamo una live band che cerca la qualità", Jul'14

di Marco Molendini
24.07.2014


Il successo non basta. Brian Molko, leader, chitarrista e vocalist dei Placebo, band che ha costruito la sua storia sull’energia e la potenza lo racconta con semplicità. «E' possibile essere ammirati ed essere depressi», spiega. E aggiunge: «Un sacco di rockstar hanno sofferto di questa malattia e, a volte come è capitato a Kurt Cobain l’hanno affrontata con la droga. Il problema è capire che è un problema medico, cioè che nel cervello manca l’equilibrio che viene prodotto dalla serotonina. Se identifichi il problema, come è successo a me, lo risolvi». O quanto meno lo affronti. «Per quanto mi riguarda, è stato per rispondere al successo e ingannare la mancanza di fiducia in me stesso che ho inventato un personaggio esagerato, molto sicuro di sé, ma anche molto fragile. E ho finito per diventare dipendente da alcol e droghe. Poi ho capito di non essere pazzo, ma di avere una malattia comune a molti artisti che cercano riconoscimento e sono anche molto complicati». A volte, il disagio non è alimentato dalla battaglia con la fama, ma ci si mettono fattori familiari. E' capitato così nella vita di questo musicista che vive in America, ma è di cittadinanza britannica, ha vissuto in Lussemburgo, ed è nato in Belgio da un padre mezzo francese e mezzo italiano.

Brian ma la sua famiglia italiana di dove era?

«Mia nonna era di Bologna, ma ormai non abbiamo nessun parente».

E lei, alla fine, di che nazionalità si sente?

«Britannico, ma di sangue scozzese. Però avverto un certo senso di sradicamento e, in fondo, non mi sento a casa da nessuna parte. Sono sentimenti che probabilmente hanno incoraggiato la mia solitudine. E, quando ho messo insieme i Placebo, è stato anche un modo per creare un sostituto della mia famiglia».

Questa, forse, è anche una delle ragioni per cui il gruppo continua ad andare in giro ancora a vent’anni dalla sua nascita. Come siete cambiati in questi due decenni?

«Soprattutto a livello personale. Comunque siamo nati come una live band che cercava il successo e siamo diventati una formazione creativa che lavora sulle armonie e sulla qualità. Da giovani avevamo l’arroganza dei vent’anni, oggi pretendiamo che quello che realizziamo abbia un alto livello di qualità. La spinta è verso il cambiamento continuo».

L’ultimo album dei Placebo, Loud like love, va in questo senso?

«È quello più sincero e onesto che abbiamo mai scritto e prodotto, infatti parla di sentimenti, di gelosia, di ossessione, di cuori spezzati dal dolore».

Dentro il disco ci sono un paio di pezzi che affrontano problemi d’attualità come Rob the bank (Ruba alle banche) e Too many friends (Troppi amici) che tocca il tema dei social network, proprio voi che avete un largo seguito, con alcuni milioni di followers su Facebook .

«Too many friends è una canzone sulla solitudine. La ricerca di followers su Facebook è quello che negli anni Ottanta era l’attesa del telefono che non suona. In fondo è più semplice avere relazioni virtuali che rapporti reali, perché non ti devi mettere davvero in gioco. Quanto a Rob the bank, il tema non è tanto la crisi finanziaria, ma la gelosia».

Siete in tour da un po’ di tempo, ma c’è già in ballo qualche nuova canzone da destinare a un prossimo disco?

«Di tanto in tanto le idee vengono. Viaggio sempre con qualche strumento per ingannare i tempi. E gli spunti li annoto».


I Placebo stasera sono di scena a Rock in Roma con un concerto basato in gran parte sull’ultimo album, il settimo della loro carriera. Loud like love è stato anche il primo album pubblicato tramite servizi streaming in tutto il mondo, raggiungendo nella prima settimana oltre due milioni e mezzo di riproduzioni sulle piattaforme principali, da Spotify a Deezer.